Pubblicato da: abcbologna | giugno 12, 2014

#BolognaNonSiVende: Il Comune di Bologna vende un’altro pezzo di HERA, una scelta miope e subalterna

Il comune di Bologna si sta preparando a mettere sul mercato il 10,73% di azioni Hera attualmente in sua proprietà: 7 milioni di azioni . BOLOGNA NON SI VENDE! Piazza Nettuno venerdì 13 giugno 2014 ore 17.30

Perchè il Comune di Bologna vuole vendere le azioni di HERA?
Il PD partito di Virginio Merola, a livello nazionale ha condiviso tutte le politiche di assoggettamento al FISCAL COMPACT ed al Patto di stabilità che determina lo strangolamento finanziario dei Comuni.
La crisi finanziaria dei comuni dipende quindi da quelle decisioni, e dall’impossibilità di avvalersi di una finanza pubblica dopo il sostanziale allineamento al mercato finanziario privato della Cassa Depositi e Prestiti, privando i comuni di prestiti a tasso agevolato per investimenti.
Uno degli obiettivi di quelle misure è spingere i comuni a svendere il patrimonio pubblico e Privatizzare i Beni comuni, l’acqua, l’istruzione, i servizi comunali regalandoli al mercato.
L’obiettivo è centrato, invece di imporre un cambiamento di quelle politiche, si procede all’alienazione della proprietà pubblica.
E’ futile dire che le azioni sono quelle non vincolate dal patto di sindacato  della maggioranza pubblica azionista di HERA, tutti sanno che numerosi comuni a partire da quello di Ferrara hanno già deciso di uscire dal patto di sindacato di HERA per vendere l’intero pacchetto azionario, rendendo problematico in prospettiva il mantenimento del 51% di proprietà pubblica di HERA ed allontanando la possibilità di ripubblicizzazione.
Una delle motivazioni più forti che adducono i sindaci per la vendita di azioni HERA è, che paradossalmente, non contano nulla nel determinare gli indirizzi di HERA, cosa vera ma da loro decisa.
Cioè dopo avere costruito una Azienda Privatistica che segue solo obiettivi di remunerazione, svincolandosi dal territorio (Hera è ormai una azienda fuori dal controllo dei territori) oggi ci si lamenta ipocritamente degli effetti (scontati).
Quello che Berlusconi tentò in un colpo solo (la Privatizzazione dei Servizi pubblici locali, fermato dal Referendum) oggi  viene portato avanti a piccoli passi (così i cittadini non se ne accorgono) da tutti i livelli istituzionali, dal Governo (si sta preparando una iniziativa finanziaria di F2I – cassa depositi e prestiti + privati per accelerare fusioni e privatizzazioni) ai Comuni, per convinzione (la centralità del mercato, peraltro inesistente), per interessi oligarchici, per la rinuncia a battersi per la difesa del patrimonio di noi tutti.
I cittadini, che vedono sfumare le tutele pubbliche su istruzione, salute, reddito, vengono usati e strumentalizzati ponendoli di fronte al falso dilemma: meglio qualche investimento sociale o tenere la proprietà di HERA che è fuori controllo? Apparentemente la risposta sarà una sola.
Eppure i cittadini devono sapere che i ventilati investimenti dei comuni (per fare cosa?) fatti con le risorse di HERA, siano dividendi o proventi dalla vendita di azioni, sono pagati dai cittadini stessi attraverso le bollette dell’acqua, dei rifiuti, del gas e dell’energia elettrica.
Si tratta di un sistema fiscale camuffato e fuori controllo, in cui non si paga in relazione al reddito, ma sulla base del necessario utilizzo di beni vitali come l’acqua.
Non si pagano solo i costi della gestione del servizio idrico: oramai in bolletta paghiamo i profitti privati (in spregio al referendum di 3 anni fa ed alla volontà di 27 milioni di cittadini) e una quota di attività comunali, risultato: bollette carissime e contrazione degli investimenti sul servizio.
Noi pensiamo che sia possibile una strada alternativa: avviare la ripubblicizzazione del servizio idrico, che deve essere pubblico e partecipato dai cittadini e dagli utenti.
Va ripensata la scelta di HERA come conglomerato finanziario, (peraltro fortemente indebitata, per oltre 3 miliardi di €) e trasformata in un insieme di aziende speciali pubbliche legate ai territori, senza scopo di lucro e controllate dai comuni su dimensione di bacino idrico o almeno provinciali.
Solo aziende pubbliche possono rilanciare una stagione nuova di investimenti per migliorare il territorio, l’ambiente, creare lavoro in un momento di grave crisi economica e ridurre le bollette.
Facciamo appello al consiglio comunale perchè rifiuti questa impostazione, per bloccare l’alienazione del patrimonio pubblico, riappropriandosi con dignità del proprio ruolo pubblico di amministratori delegati a tutelare i beni comuni, il territorio ed i propri cittadini.

Comitato acqua bene comune Bologna

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