Pubblicato da: abcbologna | maggio 16, 2014

Link-Coordinamento universitario di Bologna: verso il 17 maggio

È lecito chiedersi perchè una organizzazione di universitari decida con convinzione di partecipare attivamente ed anzi farsi promotrice di una data come quella del 17M. La risposta è semplice: crediamo che la nostra azione a tutela dei diritti del soggetto in formazione non debba e non possa vivere esclusivamente all’interno dell’università, ma che anzi l’impegno all’interno di essa sia funzionale al cambiamento del modello sociale. Questo perchè non possiamo pensare di lottare per una migliore università possibile nel peggiore dei mondi possibili, e perciò riteniamo insufficiente percorrere le strade della democrazia partecipata e della rappresentanza studentesca senza coniugarle con quella del conflitto, del movimento e della costruzione di immaginari collettivi.

Il nostro percorso volto in prospettiva alla restituzione di dignità ai saperi è dettato proprio dall’esigenza di concepire la formazione nell’ottica della crescita personale e dello sviluppo critico, negando in toto l’assetto attuale, assetto che ha invece una connotazione del tutto quantitativa e sterile, nonchè spesso discriminante, che concepisce lo studente esclusivamente come “fattore produttivo” in un ambiente connotato oramai dall’individualismo della società competitiva ed efficiente costruita dalle logiche dell’economia neoliberista.

È chiaro quindi che la nostra battaglia in tal senso, che parte dal tentativo di cambiamento dell’impostazione attuale del sistema formativo per declinarsi poi anche nelle micro-vertenze contingenti e locali, non può essere svincolata dall’opposizione a tutte quelle politiche che sono parte integrante di quel modello sociale che oggi vive sia all’interno dell’università che all’esterno di essa, che cioè viene costruito in maniera totalizzante attaccando tutti i versanti del vivere sociale e quindi, chiaramente, anche il mondo della formazione.

Se ci si ferma un secondo a riflettere, emergerà chiaramente che oggi si vive una condizione di vero e proprio ricatto , ricatto che inizia già al termine delle scuole superiori, per poi proseguire irrimediabilmente per l’intero arco dell’esistenza. Sembra infatti che sia in atto un tentativo di abituarci a vivere nell’incertezza, di non credere nei nostri sogni e di impedirci di formulare autonomamente dei progetti. Un tentativo, declinato in varia maniera, di negarci il diritto di scelta e di autodeterminazione. Questa situazione di ricatto ha inizio già al momento di entrata nel mondo universitario, quando spesso si è costretti a rinunciare al corso di studi che si intende seguire e a ripiegare su “seconde scelte” perchè tagliati fuori dal test di selezione all’accesso, e cioè si è costretti a rinunciare alla strada che si vuole percorrere e ad accontentarsi di quelle percorribili. Una condizione di svilimento della persona e delle sue attitudini che oggi prosegue più che mai all’entrata nel mondo del lavoro, quando la precarietà incombente costringe a vivere nell’incertezza esistenziale e ad accettare qualsiasi impiego, anche se del tutto incoerente col proprio percorso formativo, pur di sopravvivere agli stenti economici.

È per questo che sentiamo come nostra la lotta contro le misure di flessibilizzazione che il Jobs Act introduce. Il decreto Poletti infatti ha una portata tale da precarizzare ufficialmente e senza sconti la vita lavorativa, penalizzando in primis proprio chi fa parte di quella fascia debole non ancora ben inserita nel mercato del lavoro spesso proprio al termine del percorso di formazione.

Non a caso il decreto Poletti riforma l’apprendistato, strumento storicamente privilegiato di inserimento nel mondo del lavoro. Strumento privilegiato in quanto conveniente per il datore di lavoro, che gode di sgravi contributivi e può inquadrare l’apprendista fino a due livelli inferiori rispetto alla mansione effettivamente svolta.

In questo contesto gli unici aspetti della disciplina dell’apprendistato sgraditi alle imprese erano quelli riguardanti l’obbligo di formazione esterna, che sottraeva tempo prezioso alla prestazione materiale degli apprendisti, e il vincolo d’assunzione degli stessi, che impediva ai datori di avvalersi di un continuo ricambio di manodopera a basso costo.

Ed è proprio su questi punti che il decreto Poletti agisce: viene meno l’obbligo di formazione esterna, l’unica in grado di accrescere la professionalità del lavoratore anche al di là delle mansioni specificatamente svolte nell’impresa, viene meno l’obbligo di formalizzare nel contratto il programma formativo, di fatto rendendone incerti e labili i contorni, si riduce il vincolo di assunzione solo al 20%.

Stesso discorso per il contratto a termine, per il quale il numero di proroghe viene aumentato a cinque ed il vincolo di causalità viene del tutto eliminato: una vera e propria proclamazione ufficiale dell’anacronismo del contratto a tempo indeterminato, sostituito dal contratto a termine come strumento normale di gestione del rapporto lavorativo.

Il decreto Poletti risponde quindi pienamente a quella retorica della flessibilità che siamo assolutamente stufi di sentire e che è necessario a tutti i costi decostruire. Dobbiamo essere chiari e netti nell’affermare e dimostrare che flessibilità non vuol dire altro che precarietà; dobbiamo essere in grado di opporci con forza al tentativo di negazione e svilimento del soggetto, della propria personalità e della propria professionalità nell’ottica della pura subalternità alle esigenze di competitività delle imprese, una competitività a ribasso sul costo del lavoro e sulle tutele e non invece basata sulla ricerca, sull’innovazione, sulla riconversione ecologica e sostenibile della produzione.

La nostra idea di un modello sociale differente non può però neanche prescindere dalla battaglia per i beni comuni; battaglia che di fondo si identifica nella sostanza stessa del nostro percorso di ripubblicizzazione dei saperi, in quanto sottolineiamo con forza la natura intrinsecamente collettiva degli stessi ed un’accessibilità ai percorsi di formazione totalmente libera e non basata sulle regole della concorrenza. La battaglia per la liberazione dei saperi procede quindi di paripasso con quella della riappropriazione da parte della cittadinanza dei beni comuni, che non possono e non devono essere considerati come strumento di profitto incatenato nelle logiche ormai totalizzanti del mercato. Parlo di logiche totalizzanti perchè queste si sono rivelate in grado di incidere sulla qualità della vita anche per quanto riguarda il rapporto con l’ambiente stesso. La crisi ambientale deve essere compresa in tutta la sua drammaticità, in quanto essa non è altro che una nuova e prorompente frontiera di accumulazione del profitto e di abuso. Allo sfruttamento esasperato delle risorse e ad un modello produttivo ad impatto ambientale insostenibile si affianca poi l’effettivo pericolo per la salute umana. Qui si cela la vera portata della devastazione dell’ambiente, che è in grado di creare conflitti difficili da dirimere tra veri e propri diritti fondamentali come quello alla salute e al lavoro, dando vita ad una umiliante “guerra tra poveri”. Ecco quindi che anche in quest’ambito un ruolo centrale è rivestito dai saperi, e non può pertanto prescindere dal ripensamento dell’assetto formativo, nell’ottica di una riconversione ecologica che possa scardinare l’odierno sistema produttivo.

Link Bologna investe quindi con decisione nella data del 17 maggio, come già ribadito nelle azioni contro la precarità messe in campo il 1 maggio e successivamete nella tre-giorni di Congresso della nostra organizzazione, per aprire un processo di riaffermazione forte delle nostre istanze al centro del dibattito pubblico, un processo di cui noi, soggetti sociali, dobbiamo farci promotori. Il nostro futuro non è il Jobs Act, ed è per questo che il primo maggio abbiamo realizzato delle azioni in tutte le principali piazze italiane per proporre un modello di lavoro diverso da quello che vi viene oggi imposto, che sappia parlare realmente di futuro e di riappropriazione delle nostre vite.

La data del 17 maggio segna per tutti noi una tappa fondamentale per l’apertura di un effettivo spazio di discussione sui temi della precarietà, dei saperi, del reddito, della difesa dei beni comuni e della lotta alla crisi ambientale, anche in vista della giornata dell’11 luglio a Torino. L’11 luglio a Torino infatti ci sarà il Summit europeo sulla disoccupazione giovanile, il primo del semestre italiano di presidenza del consiglio dell’Unione Europea.

Come Link e Rete della Conoscenza, abbiamo deciso di costruire le “larghe intese precarie” per “ribaltare il vertice”, ma non solo: intendiamo servirci di quelle giornate per aprire dei nuovi spazi politici ed imporre assieme a tante altre realtà le nostre agende politiche per uscire dalla condizione di precarietà esistenziale. Questo percorso sarà lungo, ma condiviso ed improntato alla partecipazione critica, con l’obiettivo della costruzione di un fronte comune non disposto a rinunciare alle proprie pretese.

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